I simboli alchemici.

Sebbene la loro precisa origine sia oscura, è verosimile che i primi simboli alchemici siano stati costituiti da pittogrammi, in qualche modo simili ai caratteri geroglifici egizi, che li utilizzavano, probabilmente come abbreviazioni, per indicare metalli e sostanze colorate. Successivamente, quando l’alchimia concepì un rapporto di corrispondenza tra pianeti e metalli, questi ultimi furono rappresentati con i simboli astrologici dei corpi celesti cui erano associati. Il fatto che sia i metalli che i pianeti fossero sette non sembrò affatto casuale, anzi rafforzò il significato magico e mistico di questo numero: erano sette anche i giorni della settimana, i colori, le zone celesti, le note musicali, le vocali dell’alfabeto greco, le stelle dell’orsa, le porte di Tebe e i loro regnanti, i saggi della Grecia1).

Tuttavia, oltre che denotazioni mistiche e filosofiche, la primitiva simbologia alchemica conteneva anche informazioni pratiche che mettevano in evidenza analogie nelle proprietà. Oro e argento avevano lo stesso simbolo di sole e luna, sia per la coincidenza dei rispettivi colori, sia perché i metalli sono preziosi quanto i corpi celesti sono importanti per la vita dell’uomo. Il piombo, per la sua pesantezza, era associato a Saturno, che si muove lentamente nel cielo. Il ferro era associato, da alcuni a Mercurio, dio del commercio, perché era un metallo ampiamente commerciato, da altri a Marte, dio della guerra, e quindi delle armi in ferro, ma anche perché il colore rosso del pianeta ricordava quello di molti ossidi di ferro. Il rame era associato a pianeta azzurro (Venere) a causa del colore di molti suoi sali, anche perché si ricavava dal vetriolo blu, estratto nell’isola di Cipro, sacra a Venere; lo stagno a Giove e, solo in epoche relativamente più recenti, il mercurio è stato associato al pianeta e alla divinità, rapida e sfuggente come l’argento liquido (hydrargirium).

Con il moltiplicarsi delle conoscenze derivate dalle esperienze pratiche, i significati dei simboli si complicarono ulteriormente: la parola piombo e il simbolo di Saturno passarono a indicare i metalli in genere e le leghe grigio-bianche, bassofondenti, tra le quali qualche volta era incluso anche lo stagno. Con il sovrapporsi di tanti significati aumentava la confusione. Gli alchimisti svilupparono un simbolismo e un linguaggio chimico dal registro macroscopico che, piuttosto che i meccanismi di reazione, permetteva di rappresentare, non solo sostanze (i quattro elementi, metalli, acidi, alcali), ma anche strumenti (crogioli, cucurbite), tecniche (coagulazione, cristallizzazione, riscaldamento, sigillatura) o durata (ore, giorni, notti). Spesso due o più simboli si sovrapponevano, per esempio per indicare lo stato fisico o l’aspetto della sostanza.

Il simbolismo alchemico sopravvisse al fallimento dei tentativi di trasmutazione e rimase l’unico disponibile, per molti secoli, per rappresentare le trasformazioni della materia. Concepito per la comunicazione iniziatica e esoterica, ristretta entro una piccola schiera di adepti, questo linguaggio misterioso ostacolerà la trasmissione delle conoscenze chimiche a scopo didattico e divulgativo.

Diversi tentativi sono stati fatti per classificare i simboli alchemici2); Gessmann li ha divisi in cinque gruppi, anche se questa classificazione mal si adatta ad un approccio storico:

i) simboli basati su lettere;

ii) simboli basati sui segni dei sette corpi celesti;

iii) simboli connessi con i dodici segni dello zodiaco;

iv) simboli correlati a quelli delle scienze occulte;

v) simboli basati su semplici figure geometriche.

Più accettabile appare la classificazione di Bolton:

i) abbreviazioni;

ii) segni pittorici;

iii) segni simbolici;

iv) segni arbitrari;

v) segni complessi ottenuti dall’unione di due o più dei segni precedenti.

Partendo dalla dottrina medievale delle segnature, secondo la quale ogni pianta o minerale portava qualche indicazione del suo scopo o uso, fino al settecento si cercò di analizzare i simboli per individuare in ciascuno di essi la presenza di quelli legati ai tre principi, zolfo, mercurio e sale3).

Nuovi simboli furono aggiunti di volta in volta, specie nel Medio Evo, quando gli alchimisti li inventavano per uso personale, senza preoccuparsi di comunicare agli altri il loro significato, anzi cercando di nasconderlo. Questa pratica generò enorme confusione, tanto che nel 1701 J. C. Sommerhoff poteva elencare 37 simboli diversi, usati per rappresentare l’oro.

Quando Boyle stabilì che la validità di una teoria non dovesse basarsi solo sull’autorità di chi l’aveva enunciata, ma doveva essere sistematicamente confrontata con i dati di fatto, e vagliata attentamente attraverso la critica razionale degli altri uomini di scienza, i chimici furono costretti a scambiarsi notizie e idee attraverso il solo linguaggio che avevano a disposizione, cioè quello occulto, elaborato per descrivere le pratiche alchemiche e ormai inadatto a supportare un’indagine sulle reazioni.

I simboli avevano il compito di trasmettere le informazioni4) relative alle sostanze che rappresentavano, informazioni legate all’osservazione diretta, come colore, forma, stato di aggregazione, provenienza o operazioni chimiche o mistiche necessarie per ottenerle. I metalli avevano uno o più simboli caratteristici, i loro derivati erano rappresentati dal simbolo del metalli e da quelli delle operazioni fatte sul metallo o sul minerale per ottenere il derivato in questione. Questa tendenza si andò accentuando al crescere delle conoscenze sulla composizione delle sostanze. Gli altri composti erano in genere designati indicando lo stato di aggregazione, o raggruppandoli in famiglie, e associando al nome indicazioni su colore, luogo di provenienza, proprietà farmaceutiche, eccetera.

Sulle tabelle di affinità di Geoffroy, come in tutte le altre pubblicate nel XVIII secolo, si ritrovano le rappresentazioni simboliche utilizzate dagli alchimisti nella loro classificazione originale dei metalli: un cerchio per i metalli solari colorati (oro, rame, ferro, antimonio), un semicerchio per i metalli lunari argentati (argento, stagno, piombo), mentre la freccia, il dardo e la croce distinguevano questi metalli, secondo il grado di imperfezione che era loro attribuito.

Persino Lavoisier non ebbe a disposizione che i simboli ereditati dall’alchimia, eventualmente migliorati, secondo i bisogni di ciascuno dei chimici che l’avevano preceduto; lui stesso, mentre rappresentava aria e ossido nitrico con i simboli alchemici tradizionali, fu costretto a inventare, sullo stesso modello, un simbolo per il principio ossigino. Inoltre, poiché riteneva che i simboli dei composti dovessero dare qualche indizio sulla sua composizione, sostituì il simbolo alchemico dell’acido nitrico con una formula, costituita da tre simboli, che rappresentavano, rispettivamente, acqua, ossigeno e aria nitrosa, dai quali esso era costituito5) .

Ma, oltre a essere difficili da memorizzare e utilizzare, questi simboli restavano macroscopici, perché indicavano sostanze (acqua, acido nitrico), e non particelle; non riuscivano, cioè, a esprimere l’organizzazione delle particelle a livello microscopico, necessaria per rappresentare e spiegare una reazione chimica. Ad ogni modo, Lavoisier non dava a questi simboli particolare importanza, ritenendoli delle semplici annotazioni, destinate a fissare con immagini le idee del chimico6), da considerare in maniera diffe-rente dai simboli algebrici. Eppure, egli sperava che l’uso dei simboli chimici potesse aiutare il lavoro dell’intelletto; per lui i simboli e le equazioni di reazione erano “descrizione schematica dell’osservazione sperimentale e visione globale del fenomeno, considerato nella sua essenzialità”, e quindi modello formale cui applicare il calcolo, e stimolo per l’elaborazione mentale di ipotesi e di loro possibili verifiche7).

1) , 4) A. Borsese, V. Dolcetto, La chimica nella scuola, 1 (1981) 10-16;
2) M. P. Crosland, Historical Studies in the Language of Chemistry, Dover Publication Inc. (1978) 231;
3) M. P. Crosland, Historical Studies in the Language of Chemistry, Dover Publication Inc. (1978) 233-4;
5) M. P. Crosland, Historical Studies in the Language of Chemistry, Dover Publication Inc. (1978) 239;
6) A. Laugier e A. Dumon, D’Aristote a Mendeleev. Plus de 2000 ans de symbolisme pour représenter la matière et ses transformations, http://gfev.univ-tln.fr/H21/HistEpistemologie/Ecriture.html
7) A. Borsese, V. Dolcetto, La chimica nella scuola, (1981) 4/5, 14-26.
 
la_nomenclatura/i_simboli_alchemici.txt · Ultima modifica: 08/December/2011 18:14 da Roberto Zingales
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